Sei in:
- Home
- » Spazio aperto
- » articolo di Ermi Veronesi
L'ateo, un dono di Dio
L'ateo un dono di Dio: senza un continuo confronto dei nostri atti con la nostra fede, siamo portati a trasformarla o in uno scatolone vuoto di solo formalismo, o in uno troppo pieno di integralismo. Il vero nemico della fede non è l'ateismo,di cui comunque siamo tutti affetti "Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe".(Lc 17,6), ma la certezza, la sicurezza di possedere la verità assoluta, l'integralismo, il fanatismo.
L'ateismo è spesso figlio del modo sbagliato con cui viene presentato Dio; diventa ricerca di libertà da una religione che non insegna Dio, ma regole di comportamento. Gesù contestava agli studiosi della Legge la pretesa di interpretarla trasformandola in norme di comportamento, in imposizioni e regole obbligatorie dalle quali derivava il giudizio della società e di Dio stesso. Se analizziamo la storia, tutte le religioni, e purtroppo anche una buona parte dell'insegnamento della Chiesa, vedi i catechismi, non si discostano molto dalla suddetta regola; l'ateismo assai spesso è figlio di questa contestazione e quindi in origine tende a dare più libertà all'uomo (salvo diventare esso stesso religione di stato ...).
Il problema dell'ateo praticante, colui che espone le sue idee (alcuni si impegnano nello scriverne), è quello di partire da un livello medio, escludendo accuratamente il principio e la fine di ciò che è l'essenza dell'essere umano. Nei numerosi scritti reperibili su vari libri e su internet emerge spesso un elevato livello intellettuale, una dialettica impegnata a dimostrare come la dea ragione abiti il mondo della filosofia, della scienza, dell'istruzione e quindi la religiosità appartenga al mondo dei semplici, dei rozzi, dimostrando con questo le parole di Gesù: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto". (Lc 10,21)
Però non è così: il dotto, il sapiente, non devono farsi ignoranti o stupidi per capire le cose di Dio; è sufficiente essere umili di fronte a Lui e non pretendere di porsi sullo stesso piano.
Partiamo dai due motivi fondanti:
Perché credere?
In chi o cosa credere?
Prima domanda: la storia umana è narrazione di popoli e guerre, ma anche di religioni, culti e divinità. La collusione tra potere politico e potere sacerdotale è sempre stata tale da porre l'ateismo in una condizione priva di considerazione, anche se l'Antico Testamento spesso identifica l'empio come colui che non crede e non segue quindi la Legge (la Torà, il Pentateuco, ovvero i primi cinque libri biblici).
Si giunge fino alla fine del diciottesimo secolo, e solo in ambito cristiano, per trovare con l'Illuminismo una vera contestazione politica antireligiosa (anche se sfocia subito in un culto politeistico vero e proprio con la divinizzazione della Ragione e di altre entità, la costruzione di statue, ecc.) e infine col Marxismo si arriva al culto dell'ateismo e al suo insegnamento nelle scuole come religione di stato. Qui l'Entità superiore è lo stato medesimo, che si cura della vita del cittadino in ogni sua necessità, pianificata e regolata da scelte politiche anche negli affetti personali.
Pare quasi che la Storia non si preoccupi affatto del perché, ma dia per scontato la ricerca di una fede in entità più o meno rivelate, ma assai spesso prodotte dalla fantasia umana in ricerca di motivazioni per superare le difficoltà della vita e per comprendere l'assurdità della morte che può colpire senza senso a qualsiasi età. La ricerca del trascendente, dal punto di vista storico, è cosa scontata e universale.
La seconda domanda è quindi molto più importante, ma più difficile da analizzare. Ognuno di noi è inevitabilmente influenzato dall'ambiente in cui vive e sopratutto da cui proviene, in cui è stato educato. Trattati comparativi tra le principali religioni ne sono stati scritti moltissimi e chi si pone domande per scegliere ne può usufruire, ma difficilmente troverà soluzioni che non dipendano da quanto scritto sopra.
C'è un solo argomento che può aprire la questione: l'amore. Inteso nel senso di dono di sé agli altri e di accettazione di essere amati. Perché esiste questo amore, da cosa può derivare, come possiamo rapportarci ad esso in modo razionale?
Vi sono scienziati(?) che ne cercano la formula chimica, ma vi furono scienziati dei tempi antichi (ora derisi) che cercavano di produrre la "pietra filosofale" che trasformava ogni cosa in oro. Sicuramente vi sono anche reazioni chimiche che collegano il sentimento o lo slancio altruistico alla materialità del corpo, ma pensare che tutto si riconduca ad esse, mi pare francamente ridicolo ed antiscientifico.
Una ricerca seria con deduzioni interessanti e logiche, come quella di Darwin ad esempio (che crea contrasti tra atei integralisti e credenti integralisti) può considerare in quale momento dell'evoluzione si è prodotto l'amore, e perché, con quali variazioni sulla linea dello sviluppo degli individui?
Si potrà obiettare che senza amore l'egoismo degli umani si sarebbe richiuso in autodistruzione. Argomento serio che però non chiude affatto la questione, anzi la apre ulteriormente. Accertata e accettata l'esistenza dell'amore, resta da scoprire come sia entrato in gioco: che cosa sia la "sostanza" che ha reso il cugino delle scimmie "umano"? E se l'ominide primitivo fosse invece diventato "umano" in seguito al suo egoismo, alla sua aggressività, al suo sentirsi superiore e senza questo amore si sarebbe effettivamente estinto in breve tempo?
Sorge a questo punto il dubbio che l'amore non sia un prodotto della materia, che sia un'entità increata. D'altronde, se noi diciamo che l'evoluzione sia figlia della materia o della natura diamo a queste entità un'aura divina? Madre Natura e poi una bella statua in sembianze di donna, e via ricominciamo una nuova religione!
Da chi è stata posta in modo radicale la questione "amore"? Da un certo Gesù, ebreo di Nazareth, nato a Betlemme in Giudea al tempo di un censimento indetto da Cesare Augusto, circa duemila anni fa. Egli ci parla di Dio inteso come Padre buono che si manifesta nell'amore verso le sue creature e di questo amore devono essere formati i rapporti tra le persone per poter superare ogni divisione e far trionfare la giustizia. Egli supera ogni legge o comandamento, ponendo tutto come derivazione dal suo comandamento: ama Dio e ama il tuo prossimo come te stesso. Considerando allora la storicità di Gesù, ormai accertata in modo inconfutabile, verifichiamo l'attendibilità dei primi discepoli, che hanno pagato quasi tutti con la propria vita la testimonianza del Risorto.
Caso unico nella storia, il cristianesimo fu avversato e perseguitato per più di trecento anni. Nonostante questo ha continuato ad espandersi portando uno stile di vita nuovo (vedi la Lettera a Diogneto, secondo secolo).
Tutte le religioni nascono e si sviluppano in modo politico: cercando le ragioni della vita, le spiegazioni per i fenomeni più vistosi e spesso terribili della natura, uomini potenti o associati a chi comanda il popolo, costruiscono progressivamente, cercando di capire o di giustificare queste cose, un insieme di miti che divinizzano i fenomeni naturali e creano culti che permettano di controllare, almeno in modo emotivo, detti fenomeni. Da questa loro scienza deriva un forte potere sul popolo, che accetta imposizioni e rituali in cambio di sicurezza dalle proprie paure. Sia il re, sia la struttura religiosa, compiono opera di unione e creano identità nazionale.
Un discorso a parte meritano le religioni mistiche orientali. Esse cercano di realizzare una unione con la divinità attraverso un totale distacco dal mondo: richiedono meditazione e comportamento morale, ma sono staccate dai problemi della vita e non cercano unione o solidarietà tra gli uomini. Comunque anche queste fanno parte del sistema politico, salvo negli stati a religione atea, in cui sono emarginate.
Con la conversione dell'imperatore Costantino, anche il cristianesimo entra nel sistema politico e da allora si adegua ad esso perdendo qualcosa, ma diffondendosi con più facilità nel consesso umano; rimane comunque nel mondo il credo tuttora più avversato e perseguitato, dove non è accettato. Da Cristo deriva "il dono della carità, che conduce gli uomini alla comunione con Dio."(Dai "Discorsi" di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo. Disc. 3, 1-3. 5-6).
Da questo principio derivano per opera dei cristiani, le opere di assistenza, ospedali, ospizi, missionarietà per diffondere il Vangelo e progressivamente le organizzazioni scolastiche che portano istruzione e riscatto presso le popolazioni più povere delle quali nessun altro si cura.
Abbiamo quindi nelle storia una modifica lieve, progressiva,ma da circa duemila anni verso una dimensione umana più solidale; vi sono personaggi ricordati per le loro tracce di bene e non per il loro potere guerresco. Si sviluppano, come già scritto, nuove attività rivolte all'attenzione verso gli altri: ospedali, scuole, movimenti missionari che si rivolgono ai nuovi popoli assoggettati con la violenza, curando le loro ferite e aiutando a ridurre povertà e ignoranza, con mezzi e denaro donati da gente comune in nome di questo amore per il prossimo sconosciuto nelle storia antica.
Se il credente ha bisogno dell'ateo per non trasformare l'annuncio del Vangelo in fonte di potere, chi non crede deve considerare che non può fondare le sua visione di Dio sull'immagine ricavata dagli errori di comportamento altrui, ma partecipando con umiltà ai difetti delle altre persone, deve gettare oltre il proprio pensiero e considerare con attenzione il mistero dell'amore, il fatto che esso esiste e l'importanza dei suoi frutti nell'esistenza dell'umanità.
Ermi - 3 gennaio 2007
