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L'Infallibilità della e nella Chiesa

In che senso la Chiesa è infallibile

Dai testi del N. T. citati al termine del foglietto N. 10 (Mt 18,18; Gv 5,18; 1 Tim 3,15; 1 Tess 4,2-8; 1 Gv 2,27) deriva che lo Spirito di verità, che è lo Spirito di Gesù, è costantemente presente nei discepoli di Gesù e li assiste in modo che essi non errino nell'interpretare quanto Gesù ha insegnato ed è contenuto nella tradizione orale e scritta: questa è l'infallibilità della Chiesa.

L'infallibilità è il potere/dovere di interpretare con sicurezza il senso delle affermazioni di Gesù e degli apostoli in relazione alla vita del cristiano. Riguarda perciò solo la fede e la morale.
Questo era già affermato dagli autori del II e III secolo, tra cui Melitone di Sardi, Ireneo di Lione, Cipriano di Cartagine, Origene, Tertulliano da Cartagine, ecc.

Concretamente l'infallibilità della Chiesa è stata espressa mediante il seguente principio tradizionale:

"È norma di fede ciò che è stato creduto da tutti, dovunque e sempre" (Vincenzo di Lerins, 440.

Proprio questo "sempre" oggi è contestato da qualche teologo, ma, analizzando bene la storia, crediamo che questa contestazione sia indebita.

L'infallibilità nella Chiesa

I cristiani hanno (sempre) riconosciuto come infallibili
- il vescovo di Roma in quanto successore di Pietro,
- il Concilio Ecumenico, cioè l'insieme dei vescovi riuniti, in quanto successori degli apostoli.

a) L'infallibilità di Pietro e degli apostoli

Oltre che alla Chiesa, Gesù ha dato l'autorità di insegnare a nome suo e di interpretare in modo sicuro il suo insegnamento (cioè l'infallibilità) anche a Pietro e agli altri apostoli.

1. a Pietro (Mt 16,18-19; Lc 22,31-32; Gv 21,15-17).

Pietro nel libro degli Atti agisce come capo degli apostoli (primato). Per es. indíce la riunione per sostituire Giuda (1,15-26); parla a nome degli altri (2,14-41); condanna Anania e Saffira (5,1-10); decide la predicazione ai pagani (c. 10-11); presiede il concilio di Gerusalemme (15,6-11).

2. agli apostoli (Mt 10,14-15; Mc 3,13-14; Lc 10,16; Gv 17,14-19).
Ad es. questi affermano di agire con l'autorità dello Spirito nel decidere ad es. la non necessità della circoncisione (At15).

b) L'infallibilità del Papa e del Concilio Ecumenico

I testi citati sono riferiti solo a Pietro ed agli apostoli. La Chiesa, infallibile, ha sempre e dovunque interpretato che quelle frasi di Gesù vadano anche applicate
- ai successori di Pietro, cioè i vescovi di Roma (papi);
- ai successori degli apostoli, cioè i vescovi in Concilio Ecumenico.

La Chiesa ha giudicato infallibili:

1. Il Collegio Episcopale (= Concilio Ecumenico)
La Chiesa ha sempre e dovunque riconosciuto che i vescovi riuniti insieme e sotto il primato del vescovo di Roma (successore di Pietro e primo dei vescovi) sono infallibili in quanto successori degli apostoli e portavoce della fede di tutta la Chiesa: Concilio Ecumenico.

E' un principio che ricava dalla storia dei Concili Ecumenici. Solo piccoli gruppi di cristiani hanno rifiutato di riconoscere come infallibili alcune loro decisioni.

Limiti:

la Chiesa però ha messo alcune limitazioni al Concilio Ecumenico nell'uso della sua infallibilità:

- deve essere "ecumenico", cioè universale (tutti i vescovi devono essere stati invitati);
- può definire solo verità che riguardino la fede o la morale, non la politica, la storia, le scienze;
- deve dire espressamente, in modo inequivocabile, che intende vincolare la fede di tutti i cristiani (la formula usata spesse volte è "anátema sit" = "sia scomunicato"); - deve procedere all'unanimità o a stragrande maggioranza.
- deve essere in armonia col papa.

2. Il vescovo di Roma (il Papa)

Potrebbe darsi il caso (e storicamente si è dato) che intere comunità, magari con i loro vescovi, diano interpretazioni divergenti su qualche punto della fede cristiana.
In questi casi chi ha ragione? Il cristiano chi deve seguire? L'unanimità non c'è più.
A volte poi è difficile riunire un Concilio Ecumenico. Ecco allora l'utilità o la necessità dell'infallibilità del papa. La Chiesa ha infatti sempre e dovunque riconosciuto che il vescovo di Roma è infallibile, in quanto successore di Pietro e portavoce della fede di tutta la Chiesa.

Il Concilio Vaticano I il 18.7.1870 ha sintetizzato così la fede tradizionale:

"Il romano pontefice, quando parla "ex cathedra", cioè quando, adempiendo il suo compito di pastore e dottore di tutti i cristiani in base alla sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede o la morale che tutta la Chiesa deve ritenere, per l'assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotare la sua Chiesa nel definire una dottrina riguardante la fede o la morale. Perciò le definizioni dello stesso romano pontefice sono irreformabili di per sé e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno osa contraddire questa definizione sia scomunicato".

Riflessioni su questa definizione

a) il vescovo di Roma ha la stessa infallibilità che ha la Chiesa;

b) fondamento: il papa non è infallibile perché l'ha detto egli stesso (sarebbe un circolo vizioso!)e neppure perché gli ha dato l'infallibilità il Concilio Ecumenico, ma perché la Chiesa gliel'ha sempre riconosciuta;

c) l'infallibilità del papa è funzionale, cioè non legata alla persona, ma alla funzione-servizio che il vescovo della Chiesa di Roma svolge nei confronti della comunione di tutte le chiese;

d) l'importanza del vescovo di Roma è dovuta al fatto che egli è il successore dell'apostolo Pietro, al quale Gesù ha garantito che non andrà fuori strada nella fede(cfr. Lc 22,31-32; Mt 16,16-19; Gv 21,15-17).
La fede della Chiesa di Roma (che si esprime attraverso il suo vescovo) è dunque il metro su cui misurare la fede di tutte le altre chiese.
L'importanza del vescovo di Roma non viene dal fatto di essere stata Roma la capitale dell'impero, ma dalla presenza a Roma di Pietro. La presenza a Roma di Pietro e la sua tomba sul colle Vaticano sono dati sicuri, affermati chiaramente dai documenti antichi e confermati dagli scavi archeologici condotti da Margherita Guarducci.

e) le decisioni del papa sono irreformabili di per sé e non per il consenso della Chiesa, perché c'è bisogno dell'infallibilità del papa soprattutto quando la Chiesa è divisa nell'interpretare qualche punto della fede;

f) l'ambito dell'infallibilità pontificia: come per il Concilio Ecumenico, la Chiesa ha messo alcune limitazioni al papa nell'esercizio della sua infallibilità:

- può definire solo verità che riguardano la fede o la morale (questo è detto anche nella definizione del Concilio Vaticano I);
- deve dire espressamente, in modo inequivocabile, che intende vincolare la fede di tutti i cristiani.

Il cristiano e l'infallibilità

Domanda: come fa il cristiano a sapere se una certa affermazione riguardante la fede cristiana è vera?

La tradizione risponde:

è vera un'affermazione riguardante il cristianesimo che
* o è scritta inequivocabilmente nel N.T. (con unanimità di interpretazione da parte della Chiesa)
* o è stata creduta come verità di fede da tutti, dovunque e sempre (il "sensus ecclesiae", il sentire cristiano) * o è stata definita infallibilmente da un papa o da un concilio ecumenico.

Al di fuori di questi casi, il cattolico può personalmente accettare come verità di fede anche altre affermazioni contenute nella tradizione, ma non ha il diritto di imporle come tali ad altri o di giudicare come eretico (scomunica) chi non la pensa come lui.

Occorre notare che le definizioni conciliari o pontificie non creano nuove verità di fede, ma le riconoscono come tali quando vengono negate da qualcuno. La Chiesa infatti non ha una dottrina propria, ma conserva quella di Gesù. A volte qualcuno domanda: "Che cosa insegna la Chiesa su questo o quel punto?". A costui si deve far presente che la Chiesa non ha una dottrina propria, ma tramanda quella di Gesù. Per cui la domanda giusta dovrebbe essere: "Che cosa insegna Gesù, attraverso la Chiesa, su questo o quel punto?"

I dogmi e il magistero ecclesiastico

a) Si chiama dogma una verità della fede cristiana che tutti i cristiani devono ritenere.

La Civiltà Cattolica (dicembre 1991), presenta il dogma come

"provvidenziale coagulazione della fede già esistente nei fedeli e della gerarchia raccolta in una prospettiva normativa e vincolante esattamente perché esprime la fede preesistente di tutta la Chiesa".

La negazione di essa costituisce una eresia e pone fuori della Chiesa.

I dogmi possono essere di due tipi:

- definiti: quando c'è stato un pronunciamento infallibile di un papa o di un concilio ecumenico (es. la divinità di Gesù, definita dal concilio di Nicea del 325).
Un dogma normalmente viene definito quando qualche cristiano lo nega, provocando una spaccatura nella Chiesa.
Qualora si tratti di un punto importante per la fede, l'autorità (papa o concilio ecumenico) interviene e definisce infallibilmente.

- non definiti: quando si tratta di verità pacificamente credute da tutti, dovunque e sempre (es. la risurrezione di Gesù è un dogma che non è mai stato definito, perché non è mai stato messo in discussione da cristiani).

b) Si intende per magistero ecclesiastico l'insegnamento pubblico dato dai vescovi.

Si distingue in
- magistero ordinario: è l'insegnamento comunemente trasmesso attraverso la predicazione dei vescovi;
- magistero straordinario: è l'insegnamento dato solennemente attraverso una definizione dogmatica di un concilio ecumenico o di un papa.

(continua: La Bibbia, Parola di Dio)