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Fede e ragione a confronto
Il compito più alto della ragione, che è quello di dare ragione dell'esistente, non può non scontrarsi con l'incapacità di render ragione di tutto: perciò si può dire che la filosofia è tale non nella negazione ma nel riconoscimento del proprio limite. E perciò la rivelazione può essere riconosciuta come il dono e la sfida con cui Dio aiuta la ragione ad aprirsi a ciò che è al di là del limite che essa stessa ha riconosciuto: in questo senso la fede non solo non è la concorrente della ragione, ma è proprio ciò che la stimola al trascendimento più alto, nutrendola, fortificandola ed aprendola agli orizzonti da essa altrimenti non sfruttabili.
Il "no" non è dunque all'esercizio della ragione, ma ad un esercizio debole di essa, rinunciatario rispetto alla possibilità di aprirsi verso gli orizzonti ultimi. Una filosofia che si faccia carico delle domande ultime e conduca il pensiero sulla soglia dello "stupore della ragione" appare veramente non concorrente, ma alleata di un pensiero che sfrutta gli orizzonti ed ascolta le possibili vie del dirsi a noi dell'Altro, qual è appunto il pensiero della fede.
Valorizzare fortemente l'uso della ragione da parte della fede non significa però sacralizzare qualsivoglia sistema di pensiero: va ribadito, come fa l'enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, che non c'è una filosofia cristiana. La stessa enciclica riconosce però che non è possibile ignorare duemila anni di pensiero cristiano: anche l'inculturazione della fede in nuovi contesti sarebbe superficiale se volesse prescindere dal bagaglio di una storia bimillenaria, che ha prodotto frutti di straordinari nella coscienza dell'Occidente e non solo di esso.
Il riferimento alla grande storia della fede pensante, e soprattutto a modelli come quello di Sant'Agostino o di San Tommaso d'Aquino, è esemplare, non certamente esclusivo. Queste figure emblematiche mostrano come sia possibile esercitare rigorosamente l'interrogazione filosofica ed essere al tempo stesso aperti al dono della rivelazione. Da questo punto di vista si comprende che la filosofia è il terreno possibile d'intesa e di dialogo con chi non condivide la fede, perché la fede non si pone come distruttiva della filosofia, ma come la più alta integrazione che sia possibile per essa.
Ragione e fede sono dunque due fonti di conoscenza, non identiche né concorrenti: l'una è l'esercizio della nostra intelligenza, l'altra è l'accoglienza della luce che viene dall'alto nel dono della rivelazione. Queste due fonti non si elidono, ma si incontrano, e questo incontro dell'esodo umano e dell'avvento è il pensiero della fede, che fa suo il bagaglio dell'interrogazione filosofica e lo feconda con la parola ascoltata dalla rivelazione.
Il dialogo è dunque possibile tra filosofia e teologia, fra ragione e fede, nella misura in cui ciascuna è se stessa: una filosofia che pone interrogazioni radicali non esclude l'ascolto del possibile avvento dell'Altro; un pensiero della fede che riconosce il pronunciarsi del Nome divino nella storia di rivelazione lo ascolta ed integra le domande della filosofia nella comprensione del senso che gli viene donato. Il dialogo è dunque fondato lì dove gli interlocutori sono entrambi misurati da una verità che li trascende e in qualche misura li accoglie, mentre non è possibile lì dove uno dei due ritiene di essere il depositario esclusivo della verità o addirittura si identifica con essa.
Si ribadisce in tal modo la trascendenza della verità rispetto anche alla stessa mediazione del pensiero della fede, che vive di fatto nel regime dell'obbedienza - cioè dell'ascolto profondo - della verità rivelata e non nel regime del dominio presuntuoso di essa.
Anche il dogma non va inteso come limite al progresso del pensiero umano, ma come baluardo contro il regresso di esso, cioè come resistenza all'andare indietro rispetto alla possibile apertura della ragione verso le profondità del Mistero rivelato.
È in questo incontro dell'esodo e dell'avvento che si conciliano la custodia e la difesa del messaggio, ma anche la libertà dell'interrogazione, come appartenenti a due mondi fatti non per elidersi, ma per incontrarsi. Una sfida e un appello, dunque, dalle straordinarie potenzialità anche pastorali, specialmente nella prospettiva di quei processi di dialogo con le culture su cui la Chiesa va tanto impegnandosi in modo rinnovato in questi primi anni del Terzo Millennio, segnati dalla grande urgenza di un "incontro di civiltà", che superi il rischio e in parte la realtà del loro scontro.
(tratto da:"Dove fede e ragione si incontrano?" di Bruno Forte e Giulio Giorello, SanPaolo 2006, pagg. 71-75).