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Dove fede e ragione s'incontrano?
Il teologo Bruno Forte, per illustrare il tema, si è servito di tre scene:
Prima scena: "Davanti al Signore del nulla", che vorrebbe spingere fino in fondo il contrasto tra fede e ragione, la tesi cioè per la quale una ragione esercitata fino in fondo non può portarci nei tratti pacificanti della fede, ma ci porta semplicemente sulle sponde del nulla. A testimone di questa prima figura l'autore cita un pensatore ancora poco conosciuto ma riscoperto in questi anni: Andrea Emo, che teorizza con convinzione che "tutto sia il nulla e che nulla valga veramente la pena perché tutto alla fine del nulla viene e nel nulla precipita".
Seconda scena: "Verso il Dio possibile", dove vengono scelti i due pensatori contemporanei Massimo Cacciari ed Enzo Vitiello. Massimo Cacciari, soprattutto nelle opere Dell'inizio e Della cosa ultima, ci porta di fronte a una scelta radicale dove la ragione non è sacrificata, ma è spinta fino in fondo. Quando questo avviene, quando il coraggio dell'interrogazione è esercitato senza risparmio, non si può non giungere allo stupore della ragione, al "cogitor ergo sum", "esisto perché altri mi pensano, perché altri mi chiama ad esistere". Così questa ragione si ferma come stupita davanti ad una soglia, ad un'alterità. Qui si apre uno spazio straordinario per l'incontro con la fede.
A questo incontro perviene l'altro interlocutore, Vincenzo Vitiello, più radicale di Cacciari nel nichilismo delle sue origini e forse proprio per questo più radicale nelle sue conclusioni soprattutto nelle ultime opere. Egli afferma come il grande spazio della conoscenza nell'aprirci al mistero è l'invocazione. Non è un caso che Vitiello dichiari apertamente di approdare alla fede e chiude con pagine straordinariamente potenti sulla preghiera come possibilità di esercizio supremo dell'interrogazione della ragione convertita in ascolto.
Terza scena: "Fra paradosso e analogia". La sfida è vedere come fede e ragione possono incontrarsi. Vengono qui evocati due modelli dell'anima cristiana. Il primo è Paolo di Tarso che nella Lettera ai Romani scrive forse la pagina più alta che la riflessione umana abbia saputo dedicare alla condizione tragica dell'esistenza umana: l'impossibilità di fare il bene che vorremmo, questo sperimentare in noi la potenza del male. Per Paolo in questa condizione tragica si fa presente il Dio cristiano. Il Dio cristiano non è l'altra parte oscura. Il Dio cristiano è l'Altro che viene a noi, che abita la morte, che accetta di assumere su di sé la maledizione. Il paradosso di Paolo è una ragione che accetta di lasciarsi scandalizzare da un Dio che si fa prossimo e proprio così, dal di dentro, redime con la potenza del suo amore la condizione umana. L'altro nome di questa potenza d'amore è la Grazia.
L'altro modello è Tommaso d'Aquino il pensatore dell'analogia, che sceglie la via del pensiero analogico, pensiero che dice tacendo, che svela velando, che evoca mantenendo la lontananza. Per Tommaso è questa la ragione della fede. Ed è una ragione fino in fondo esercitata quella che sappia e voglia essere analogica, cioè che sappia mantenersi "solitaria custode del mistero". E' una ragione aperta, aperta al mistero stesso.
Bruno Forte conclude: dopo queste tre scene, quale sopravvive? La fede, la ragione, nessuna delle due, entrambe? La risposta del teologo alla luce del percorso fatto è: certamente entrambe. A condizione che entrambe siano anzitutto agoniche, cioè che accettino la sfida, la lotta.
Una ragione troppo sicura di sé, una ragione ideologica, diventa violenta e totalitaria. Una fede che non faccia spazio al dubbio, un credente che non voglia essere il povero ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere, rischia di fare della sua fede una rassicurazione comoda.
Dunque, fede e ragione agoniche, che accettano la lotta la passione e proprio così si aprono all'amore, la parola che il Nuovo Testamento adopera per esprimere la forma più alta dell'Incontro.
