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La parabola dell'umanesimo ateo
"Tema veramente urgente quello della fondazione dell'etica, in un'epoca in cui il passaggio dal fenomeno al fondamento appare tanto necessario, quanto spesso evaso". Così scrive il teologo Bruno Forte su Avvenire del 19 agosto.
Scegliamo alcuni brani del suo articolo che ci paiono particolarmente adatti al tema fede-ragione. Partendo da alcune domande che vengono proposte, lasciamo al forum il nostro scambio di idee.
Nel dibattito accesosi in questi giorni sulla stampa intorno al concetto di nichilismo e di umanesimo ateo, a partire dalla frase pronunciata da Benedetto XVI nell’Angelus del 9 agosto riguardo ai «lager nazisti, simboli estremi del male, come il nichilismo contemporaneo», vorrei inserirmi concentrandomi su un’unica domanda, quella che dal punto di vista delle conseguenze pratiche mi appare la più decisiva: è possibile un’etica senza Trascendenza? Può esserci un codice morale normativo e condiviso senza il riferimento a Dio, all'«ultimo Dio»?
Se sì, dove fondare l’esigenza assoluta di fare il bene e di evitare il male, dal momento che non esisterebbe alcun assoluto a cui ancorarla? O il bene si giustifica da sé e si impone con un’evidenza tale da non richiedere ulteriori motivazioni? E il male? È anch'esso così evidente da non supporre alcun imperativo categorico, rispetto a cui porsi come controcanto, negazione ostinata e perfino beffarda del «cosiddetto bene»?
Miriadi di voci in secoli di storia hanno risposto a queste domande in una stessa direzione: il bene c’è ed è assoluto; esso si identifica anzi con l’Assoluto stesso, di cui è il volto attraente, lo splendore irradiante, l’esigenza amabile, il dono perfetto. Il male è la resistenza opposta a questo richiamo, l’appassionato permanere nella negazione, la lotta vissuta in nome di una causa falsa, quella della propria libertà eretta come assoluto contro l’Assoluto. Fra il male e il bene la scelta non sarebbe allora che una: con Dio o contro Dio; per l’Assoluto o per le onnivore fauci del nulla. Dall'ethos classico, alla morale delle Dieci Parole, legate al Grande Codice dell'alleanza con il Dio biblico, dal discorso della montagna alle esigenze di giustizia del diritto romano, è quest’impianto di una morale fondata nella trascendenza che ha retto le sorti della vita personale e collettiva dell’Occidente.
Oltre il tramonto delle pretese assolute di una certa modernità e l'incompiutezza del nichilismo della post-modernità debolista, ritorna in tutta la sua forza il bisogno di un'etica della trascendenza, mancando la quale tutto è permesso. [ … ]
